Dies Natalis Solis Invicti

dicembre 20, 2015

foto1

di Julius Evola

Sono ben pochi coloro che, nel celebrare le ricorrenze tradizionali di questo periodo – Natale e l’anno nuovo- si rendono conto che esse sono testimonianze residuali di un mondo spirituale dimenticato, che esse derivano da una concezione primordiale dell’universo e dell’esistenza, separata da un profondo lato dalle idee della umanità moderna . Dello stesso Natale non si coglie il suo significato più Universale, perché esso per i più vale semplicemente come una festa religiosa cristiana. Si ignora cosi che tale festa preesistesse al cristianesimo e che la sua data non è convenzionale ma determinata da una situazione astronomica ben precisa: è la data del Solstizio d’Inverno. Proprio il significato  che nelle origini ebbe questo solstizio andò a definire, attraverso un adeguato simbolismo cosmico , la festa corrispondente in tutto un gruppo di civiltà, compresa quella romana antica la quale già prima del cristianesimo conobbe un “Natale Solare”, il Natalis Solis Invictis, nella stessa data. Un altro punto poco conosciuto è nel mondo a cui alludiamo due feste oggi distinte, l’una sacra e l’altra profana, il Natale e l’inizio del nuovo anno, spesso coincidevano.

Per chiarire tutto ciò, bisogna  riportarsi al particolare significato che il Solstizio d’Inverno ebbe soprattutto per quei progenitori delle razze indoeuropee, la patria d’origine dei quali si trovava nelle regioni settentrionali e nei quali, in ogni caso, non si era cancellato il pauroso ricordo delle ultime fasi del periodo glaciale. In una natura minacciata dal gelo eterno, l’esperienza del corso della luce del sole nel ciclo annuale doveva avere una speciale importanza, e proprio il punto del Solstizio d’Inverno rivestiva un significato drammatico che lo differenziava da tutti gli altri del corso annuale del sole. Infatti in quella data, il sole raggiunge il punto più basso dell’eclittica, la luce sembra estinguersi, abbandonare le terre, scender quasi nell’abisso, mentre ecco che essa di nuovo si rialza e risplende come in una liberazione o rinascita. Perciò nei primordi, un tale punto spesso valse come quello della nascita o della rinascita di una divinità solare. Nel simbolismo delle origini, i concetti di Sole, di Luce o “ Luce della Terra”, d’immortalità si uniscono nel segno di divinità di tale genere. Nell’accennato punto solstiziale del suo risorgere la luce talvolta si associò all’Albero della Vita sempre verde, tal’altra all’uomo cosmico dalle braccia alzate, simbolo di resurrezione.

E’ l’inizio del nuovo ciclo luminoso. Ecco perché non di rado la data in questione fu altresì quella dell’inizio calendarico dell’anno nuovo (del Capodanno). Come si disse, cosi nell’antica Roma. A Roma dopo la riforma di Augusto, che restituì a molti culti romani il carattere  cosmico-simbolico che avevano avuto nelle origini, il giorno del Solstizio d’inverno, cioè il 24-25 Dicembre, valse proprio come “ Natale” del Dio luminoso concepito come una forza invitta: natalis invicti. E’ la forza che vince la tenebra. Dettagli offuscati appartenenti allo stesso contesto si conservano nell’albero natalizio e nell’uso popolare di accendere in esso delle luci nella notte di Natale. E’ l’accendersi di una nuova luce nell’albero della vita. E se oggi non si sa più che dei doni che il Natale porta ai bambini (doni spesso appesi all’albero illuminato), anche questa è un’eco lontana, un residuo “morenico”: l’idea originaria era il dono di luce e di vita che il Sole nuovo, il Figlio, dà agli uomini. Dono, questo, da intendersi in un senso sia materiale, sia spirituale, il convergere dei due significati essendo naturale conseguenza dell’accennata situazione della preistoria, per via della quale il rialzarsi della luce lungo l’eclittica volge come una liberazione dell’incubo di una gelida notte.

Avendo ricordato tutto ciò, sarà bene rilevare che batterebbe falsa strada chi, su analoga base, volesse riportare cose sacre – come, in questo caso il Natale cristiano – all’eredità di una religione naturalistica e per ciò stesso primitiva e superstiziosa. Il fatto è che una “religione naturalistica” non è mai esistita, se non nelle idee, nate da incomprensione, di una certa scuola di storia delle religioni in auge nel secolo scorso: ovvero è esistita nel caso di forme degenerate e degenerescenti di culto, come fra alcuni selvaggi. L’Uomo delle origini non adorò mai i fenomeni e le forze della natura come tali. Egli li adorò solo in tanto, e per quel tanto, che essi valsero per lui come delle “teofanie” e delle “ierofanie”, cioè come delle manifestazioni del Sacro, del divino in genere.  Come qualcuno ha efficacemente detto : “la natura per lui non era mai naturale”. Nell’insieme dei suoi fenomeni ed aspetti – sole, anno, luce, cielo, elementi, ecc. – essa rimandava ad altro, ad un ordine superiore. Direttamente, e non per interpretazioni artificiose ed astratte, essa presentava per lui i caratteri di un “simbolo sensibile dell’invisibile” secondo l’espressione di Olimpiodoro.

Una volta riconosciuto ciò, è evidente che il sapere dell’accennata preistoria dell’arcaicità e della universalità di quel che corrisponde alle accennate feste tradizionali non equivale affatto a ricondurre il superiore all’inferiore e al profano. Al contrario se mai: perché si è spesso riportati ad una spiritualità cui era espressione la lingua stessa delle cose; a miti che pur prendendo per base i fenomeni della natura, s’indirizzavano alla interiorità umana.

 

Yukio Mishima

settembre 26, 2015

*Poesia di Juan Pablo Vitali

Moriremishima
Nel vento
Da suicida

Morire combattendo
L’unica morte
Di un guerriero.

Morire
Per il filo dalla sciabola
Di morte rituale.

Morire
Sapendo
Che morire non è

Più che migliorare
L’istante ultimo.

Morire di dimenticanza
Come moriamo tutti
Finalmente, ai piedi
Di un tempo criminale.

Morire di rose
Di crisantemi

Di fiori di cilliegio
Attraversate da un grido.

Morire
Dall’altro lato
Del mondo
Dove stia un guerriero
Sotto il sole.

Morte imperiale
Senza chiedere perdono
Uccidendo il nemico
Ed essendo morto per lui.

Morire
Duce del celo
Solitario capo
Di un idioma.

Morire
Con il sole in fronte
Come muoiono i nostri.
Morire
In ginocchio alla sciabola
Al simbolo divino
Dei tempi.

Morire
Da cavalli sboccati
D’ideogrami nella fronte
Di seppuku, all’albeggiare.

Morire
Dall’altro lato
Delle cose.

Morire con onore
Per l’acciaio.
Decapitato dal camerata
Più caro.

Morire di mare
D’isola
D’antichi corsari

Morire
Di sangue nuovo
Insieme allo scudo medievale
Dei guerrieri.

Morire
E dimenticarsi di un mondo
Senza onore.

Morire segregato
Isolato per il rumore
Che il nemico portò
Per aiutarci
A morire.

Morire con onore
Come un samurai
Come un poeta.

Equinozio d’Autunno

settembre 21, 2015

Sorgente: Equinozio d’Autunno

I cicli cosmici e la storia

settembre 13, 2015

di Mircea Eliade

tratto da www.centrostudilaruna.it

Mircea.eliade

Il significato acquisito dalla «storia» nel quadro delle diverse civiltà arcaiche non ci è mai rivelato così chiaramente come nella teoria del «grande tempo», cioè dei grandi cicli cosmici, che abbiamo segnalato di passaggio nel precedente capitolo. Dobbiamo riparlarne, poiché proprio in questo caso si precisano per la prima volta due orientamenti distinti: l’uno tradizionale, presentito (senza mai essere stato formulato con chiarezza) in tutte le culture «primitive», quello del tempo ciclico che si rigenera periodi-camente ad infìnitum; l’altro, «moderno», del tempo finito, frammento (sebbene se ciclico anch’esso) tra due infiniti atemporali.

Quasi ovunque queste teorie del «grande tempo» si ritrovano in unione al mito delle età successive, poiché l’«età dell’oro» si trova sempre all’inizio del ciclo, vicino all’illud tempus paradigmatico. Nelle due dottrine – quella del tempo ciclico infinito e quella del tempo ciclico limitato – questa età dell’oro è recuperabile, in altri termini, è ripetibile per un’infinità di volte nella prima dottrina, una sola volta nell’altra. Non ricordiamo questi fatti per il loro interesse intrinseco, che è senza dubbio considerevole, ma per chiarire il significato della «storia» dal punto di vista di ciascuna dottrina. Inizieremo dalla tradizione indù, perché proprio in essa il mito della ripetizione eterna ha trovato la sua formulazione più audace. La credenza nella distruzione e nella creazione periodica dell’universo si trova già nell’Atharva Veda (10,8, 39-40).

La conservazione di idee simili nella tradizione germanica (conflagrazione universale, ragnarók, seguita da una nuova creazione) conferma la struttura indo-ariana di questo mito, che può quindi essere considerato come una delle numerose varianti dell’archetipo esaminato nel capitolo precedente (le eventuali in fluenze orientali sulla mitologia germanica non distruggono necessariamente l’autenticità e il carattere autoctono del mito del ragnarók. Sarebbe d’altronde difficile spiegare perché gli indo-ariani non hanno condiviso anch’essi, dall’epoca della loro comune preistoria, la concezione del tempo con gli altri «primitivi»).

La speculazione indù, tuttavia, amplifica e orchestra i ritmi che comandano la periodicità delle creazioni e delle distruzioni cosmiche. L’unità di misura del ciclo più piccolo è lo yuga, l’«età». Uno yuga è preceduto e seguito da una «aurora» e da un «crepuscolo» che uniscono tra loro le «età». Un ciclo completo, omahàyuga, si compone di quattro «età» di durata ineguale, con l’età più lunga all’inizio e la più corta alla fine. Così la prima «età», il krìta-yuga, dura quattromila anni, più quattrocento anni di «aurora» e altrettanti di «crepuscolo»; seguono poi tretà-yuga, di tremila anni, dvàpara-yuga di duemila anni ekàli-yuga di mille anni (più, ovviamente, le «aurore» e i «crepuscoli» corrispondenti). Quindi unmahàyuga dura dodicimila anni (Manu, 1, 69 ss.; Mahàbhàrata, 3, 12, 826). Alle diminuzioni progressive della durata di ogni nuovo yuga corrisponde, sul piano umano, una diminuzione della durata della vita, accompagnata da un rilassamento dei costumi e da un declino dell’intelligenza. Questa decadenza continua su tutti i piani – biologico, intellettuale, etico, sociale, ecc. – acquista più particolarmente rilievo nei testi puranici (cfr. per esempio Vàyu Puràna, 1,8; Vishnu Puràna, 6,3). II passaggio da uno yuga all’altro avviene, come abbiamo visto, durante un «crepuscolo» che segna un decrescendo anche all’interno di ciascuno yuga, poiché ciascuno di essi termina con un periodo di tenebre. A misura che ci si avvicina alla fine del ciclo, cioè alla fine del quarto e ultimo yuga, le «tenebre» si infittiscono. Il kali-yuga, quello nel quale ci troviamo attualmente, è considerato proprio l’«età delle tenebre». Il ciclo completo termina con una «dissoluzione», un pralaya, che si ripete in un modo più radicale (mahàpra-laya, la «grande dissoluzione») alla fine del millesimo ciclo. H. Jacobi ritiene a ragione che, nella dottrina originale, unoyuga equivaleva a un ciclo completo comprendente la nascita, il «logoramento» e la distruzione dell’universo. Una tale dottrina era d’altronde più vicina al mito archetipico, di struttura lunare, che abbiamo analizzato in altra sede. La speculazione ulteriore ha soltanto ampliato e riprodotto all’infinito il ritmo primordiale «creazione-distruzione-creazione», proiettando l’unità di misura, lo yuga, in cicli sempre più vasti. I dodicimila anni di un mahàyuga sono stati considerati come «anni divini», ciascuno con la durata di trecentosessant’anni, e questo da un totale di 4.320.000 anni per un solo ciclo cosmico. Mille di questi mahàyuga costituiscono un kalpa; 14 kalpa formano un manvantàra . Un kalpaequivale a un giorno della vita di Brahma; un altro kalpa a una notte. Cento di questi «anni» di Brahma costituiscono la sua vita. Ma questa considerevole durata della vita di Brahma non giunge però ad esaurire il tempo, poiché gli dèi non sono eterni e le creazioni e le distruzioni cosmiche si susseguono ad infinitum (d’altra parte altri sistemi di calcolo ampliano ancora, in ben più larga misura, le corrispondenti durate). Di tutta questa valanga di cifre, è necessario ricordare soltanto il carattere ciclico del tempo cosmico. Infatti assistiamo alla ripetizione infinita del medesimo fenomeno (creazione-distruzione-ricreazione) presentito in ogni yuga («aurora» e «crepuscolo»), ma realizzato completamente da un mahàyuga. La vita di Brahma comprende così 2.560.000 di questi mahàyuga, e ognuno di essi riprende le stesse tappe (krita, treta, dvàpara, kali) e finisce con un pralaya, un ragnarók (la distruzione «definitiva», nel senso di una regressione di tutte le forme in una massa amorfa che avviene alla fine di ogni kalpa al tempo del mahàpralaya).

Oltre al deprezzamento metafisico della storia – che, in proporzione e per il solo fatto della sua durata, provoca una erosione di tutte le forme, esaurendo la loro sostanza ontologica – e oltre al mito della perfezione degli inizi, che ritroviamo anche qui (mito del paradiso che viene gradualmente perduto, per il semplice fatto che si realizza, che prende forma e che dura), merita di fermare la nostra attenzione, in questa orgia di cifre, l’eterna ripetizione del ritmo fondamentale del cosmo: la sua periodica distruzione e la ricreazione. Da questo ciclo senza inizio né fine l’uomo può staccarsi solamente con un atto di libertà spirituale (poiché tutte le soluzioni soteriologiche indù si riducono alla liberazione preliminare dall’illusione cosmica e alla libertà spirituale).

Le due grandi eterodossie, il buddismo e il giainismo, accettano nelle sue grandi linee la stessa dottrina panindù del tempo ciclico e lo paragonano a una ruota con dodici raggi (questa immagine è già utilizzata nei testi vedici, cfr. Atharva Veda, 10,8,4; Rig Veda, 1,164,115, ecc). Il buddismo adotta come unità di misura dei cicli cosmici il kalpa (pàli: kappa), suddiviso in un numero variabile di «incalcolabili» (asamkheyya, pàli: asankheyya). Le fonti pàli parlano in generale di quattro asankheyya e di centomila kappa (cfr. per esempio Jàtaka, 1, p. 2); nella letteratura mahàyànica, il numero di «incalcolabili» varia tra 3, 7 e 33, e sono messi in relazione con il cammino del Boddhisattva nei differenti cosmi. La progressiva decadenza dell’uomo è segnata nella tradizione buddistica da una continua diminuzione della durata della vita umana. Così, secondo Dighanikàya, 2,2-7, all’epoca del primo Buddha, Vipassi, che fece la sua comparsa 91 kappa or sono, la durata della vita umana era di 80.000 anni; a quella del secondo Buddha, Sikhi (31 kappa or sono) di 70.000 anni, e così via. Il settimo Buddha, Gotama, fa la sua comparsa quando la vita umana è soltanto ormai di cento anni, cioè è ridotta al suo limite estremo (ritroveremo lo stesso motivo nelle apocalissi iraniche e cristiane). Quindi, per il buddismo, come per tutta la speculazione indù, il tempo è illimitato; e il Boddhisattva s’incarnerà, per annunciare la buona novella della salvezza, per tutti gli esseri, in aeternum. L’unica possibilità di uscire dal tempo, di spezzare il cerchio di ferro delle esistenze, è l’abolizione della condizione umana e la conquista del Nirvana. D’altra parte, tutti questi «incalcolabili» e tutti questi eoni senza numero hanno anche una funzione soteriologica; la semplice contemplazione del loro panorama terrorizza l’uomo e lo forza a convincersi che deve ricominciare miliardi di volte questa stessa esistenza evanescente e sopportare senza fine le stesse sofferenze, e questo ha per effetto di esacerbare la sua volontà di evasione, cioè di spingerlo a trascendere definitivamente la sua condizione di «esistente».

Le speculazioni indù sul tempo ciclico mostrano con una sufficiente insistenza il «rifiuto della storia». Sottolineiamo tuttavia una fondamentale differenza tra queste e le concezioni arcaiche; mentre l’uomo delle culture tradizionali rifiuta la storia per mezzo dell’abolizione periodica della creazione, rivivendo così incessantemente nell’istante atemporale degli inizi, lo spirito indù, nelle sue supreme tensioni, svilisce e respinge anche questa riattualizzazione del tempo aurorale, che non considera più come una soluzione efficace del problema della sofferenza. La differenza tra la visione vedica (quindi arcaica e «primitiva») e la visione mahàyànica del ciclo cosmico è, per usare una formula sommaria, quella stessa che distingue la posizione antropologica archetipica (tradizionale) dalla posizione esistenzialistica (storica). Il karma, legge della causalità universale, che, giustificando la condizione umana e spiegando l’esperienza storica, poteva essere generatore di consolazione per la coscienza indù prebuddistica, diventa col tempo il simbolo stesso della «schiavitù» dell’uomo. Per questo, nella misura in cui si propongono la liberazione dell’uomo, tutte le metafisiche e tutte le tecniche indù ricercano l’annullamento del karma. Ma se le dottrine dei cicli cosmici fossero state solamente una spiegazione della teoria della causalità universale, saremmo dispensati dal ricordarle in questa sede. La concezione dei quattro yuga apporta infatti un nuovo elemento: la spiegazione (e di conseguenza la giustificazione) delle catastrofi storiche, della decadenza progressiva della biologia, della sociologia, dell’etica e della spiritualità umana. Il tempo, per il semplice fatto che è durata, aggrava continuamente la condizione cosmica e implicitamente la condizione umana. Per il semplice fatto che noi viviamo attualmente nel kali-yuga, quindi in un’«età di tenebre», che progredisce sotto il segno della disgregazione e deve finire con una catastrofe, il nostro destino è di soffrire di più degli uomini delle «età» precedenti.

Ora, nel nostro momento storico, non possiamo dedicarci ad altre cose: tutt’al più (e qui si intravede la funzione soteriologica del kali-yuga e i privilegi che ci riserba una storia crepuscolare e catastrofica) possiamo svincolarci dalla servitù cosmica. La teoria indù delle quattro età è di conseguenza rinvigorente e consolante per l’uomo terrorizzato dalla storia. Infatti: 1) da una parte le sofferenze che gli vengono assegnate, poiché è contemporaneo della decomposizione crepuscolare, l’aiutano a comprendere la precarietà della sua condizione umana e facilitano così la sua liberazione; 2) d’altra parte la teoria convalida e giustifica le sofferenze di chi non sceglie di liberarsi, ma si rassegna a subire la sua esistenza, e questo per il fatto che ha coscienza della struttura drammatica e catastrofica dell’epoca nella quale gli è stato dato di vivere (o, più precisamente, di rivivere). Ci interessa particolarmente questa seconda possibilità per l’uomo di situarsi in un’«epoca di tenebre» e di fine ciclo; infatti la si ritrova in altre culture e in altri momenti storici. Sopportare di essere contemporaneo di un’epoca disastrosa, prendendo coscienza del posto occupato da quest’epoca nella traiettoria discendente del ciclo cosmico, è un atteggiamento che doveva soprattutto mostrare la sua efficacia nel crepuscolo della civiltà greco-orientale.

Perché non pubblicheremo quella foto

settembre 5, 2015

nero

Non c’è stato nessun errore nel caricamento dell’immagine, non c’è nessun problema di visualizzazione sui vostri schermi. Non pubblicheremo quella foto. Non perché sia una foto che ci fa male (e ci fa male, come è normale e giusto che sia), non perché non siamo sciacalli a caccia di like con foto mortuarie (e non lo siamo), nemmeno per puro buongusto (che pure abbiamo la presunzione di possedere).

Non lo faremo perché coloro che si affrettano a pubblicarla sulle maggiori testate giornalistiche (e probabilmente anche chi l’ha scattata) sono coloro che fino a ieri l’altro erano in prima fila per difendere le ragioni che oggi conducono allo scempio mostrato in quella foto, coloro che acclamavano i fucili dei “ribelli democratici” (tutta gente che oggi combatte in Al Nusra e con l’ISIS).

Non lo faremo perché quella foto non mostra le reali cause di quella morte e di altre migliaia, ma viene sbattuta con violenza ed arroganza in faccia al facile sentimentalismo del cosiddetto “Occidente”, come a dire: “Siete voi gli assassini, voi che negate l’accoglienza ai profughi”, annegando la coscienza collettiva in un mare di lacrime, imbavagliando la ragione che spinge a cercare le soluzioni a questa terribile situazione, mistificando in un turbine di ipocrisia i motivi che hanno condotto a questo orrore, a questa vergogna. Quella vergogna che oggi, i lor signori di cui sopra, ci sbattono in faccia come una colpa nostra e solo nostra. Quella vergogna che, i medesimi sepolcri imbiancati di cui sopra, hanno essi stesso contribuito a perpetrare in Medio Oriente e in Nord Africa, gettando lo scompiglio in tutta la macro-area, fomentando le primavere arabe e benedicendo le bombe democratiche occidentali.

Non lo faremo perché il posto in un campo profughi per quel bambino Siriano forse non c’era. E magari non c’era perché era occupato da qualche clandestino, forse da un ivoriano che poi è scappato ed ha ucciso due coniugi in una rapina.

Non lo faremo perché la solidarietà pelosa dei suddetti è solo retorica impastata d’odio, è il nulla cosmico blindato dietro a una cortina d’ipocrisia, è la causa dell’etnocidio del Popolo Siriano: 220mila morti in 4 anni, fra cui 7mila bambini che, uccisi dalla mano della marmaglia terrorista, non hanno avuto la sorte di inciampare negli obiettivi di fotoreporter illuminati.

La Buona Scuola …

settembre 3, 2015

La buona scuola è quella di Giovanni Gentile

di Diego Fusaro
tratto da http://www.ilfattoquotidiano.it del 30 agosto 2015

Diego FusaroSi può certo dire quel che si vuole di Giovanni Gentile, criticarlo a fondo sia politicamente sia filosoficamente: mostrare i suoi errori nelle scelte politiche, evidenziare i suoi limiti nella pur grande e originale “riforma” che egli tentò della dialettica di Hegel. Come tutti i grandi pensatori, anche Gentile, pensando in grande, commise anche grandi errori. Gentile resta un grande, nonostante la sua adesione al fascismo.

Resta, poi, il fatto che, oltre a essere, con Gramsci, il più grande pensatore italiano del Novecento, Gentile ci ha lasciato un dono meraviglioso, per il quale dovremmo essergli eternamente grati: il Liceo classico. Come spesso accade, ci si accorge dell’importanza di una realtà a cui siamo abituati solo allorché essa comincia a venire meno, come accade quando manca l’aria: così è per il Liceo classico, la migliore scuola del mondo, concepita dal Gentile ministro dell’Istruzione, fautore della migliore riforma della scuola di cui il nostro Paese abbia ad oggi beneficiato; riforma, certo, discutibile finché si vuole, se si considera che già Gramsci, non senza buone ragioni, la accusava di classismo. Riforma discutibile finché si vuole, sì, ma pur sempre la migliore di cui questo Paese abbia beneficiato.

Resta, d’altro canto, il fatto che il Liceo classico ha reso possibile la superiorità culturale di intere generazioni di liceali italiani rispetto ai loro coetanei di tutto il mondo (provate ad andare in Germania o in Francia per accorgervene). Con l’insegnamento del latino e del greco, ma poi anche con il nobile progetto di formare uomini in senso pieno, unendo tra loro la paideia greca, la raison illuministica e la Bildung romantica, il liceo classico ideato da Gentile resta un unicum nel panorama mondiale e oggi, possiamo dirlo, una vera e propria forma di resistenza al generalizzato “cretinismo economico” (Gramsci) che la cosiddetta mondializzazione sta esportando in ogni angolo del pianeta: cretinismo in forza del quale sempre meno si pensa e sempre più si calcola, in un desolante paesaggio in cui il greco e il latino, la filosofia e l’arte sono liquidati come “inutili” (sic!) dalla stolida ragione calcolatoria che pretende di essere la sola sorgente di senso. Noto, per inciso, che in Spagna hanno già, nei licei, sostituito la filosofia con la finanza!

Giovanni GentileIl grande dono che Giovanni Gentile ci ha lasciato è ciò che oggi gli “specialisti senza intelligenza” (Weber) dei nuovi governi di centro-destra e di centro-sinistra stanno distruggendo: il latino e il greco, la storia dell’arte e della letteratura saranno presto sostituiti dall’inglese e dalla finanza, dal management e dall’impresa. La barbarie è alle porte e si presenta, con tono rassicurante, come “Buona Scuola”, proprio come i bombardamenti si chiamano “missioni di pace” e i colpi di stato finanziari si chiamano “governi tecnici”. Orwell era un dilettante: la realtà ha superato la fantasia, facendo apparire normale e plausibile l’inimmaginabile. La barbarie oggi imperante impone di valutare tutto sulla base del solo criterio dell’utilità, alla cui luce la filosofia e l’arte, la teologia e la storia risultano, evidentemente, indegne di essere coltivate e studiate. La stupidità non ha limiti.

Stiamo, in effetti, assistendo alla distruzione pianificata del liceo e dell’università, tramite quelle riforme interscambiabili di governi di destra e di sinistra che, smantellando le acquisizioni della riforma della scuola di Gentile del 1923, hanno conformato – sempre in nome del progresso, della modernizzazione e del superamento delle antiquate forme borghesi – l’istruzione al paradigma dell’azienda e dell’impresa (debiti e crediti, presidi managers, informatica e inglese in luogo del latino e del greco, e mille altre amenità coerenti con la ristrutturazione capitalistica della scuola). La situazione è, davvero, tragica ma non seria.

Anche un bambino si può accorgere di come i continui tagli dei finanziamenti destinati alla cultura (o, in forma complementare, il foraggiamento a flusso continuo delle eterogenee forme dell’ “idiotismo specialistico”) rispondono essi stessi a un programma politico opportunamente mascherato dietro le leggi anonime dell’economia.

Il silenziamento di ogni prospettiva critica viene oggi ottenuto non più tramite il ricorso alla violenza nelle sue forme dirette e plateali, dal rogo di Bruno e di Vanini alle torture dei non ortodossi di ogni tempo, bensì tramite la rimozione delle risorse necessarie per sopravvivere: vale a dire secondo un modo che – cifra della violenza come categoria economica immanente del capitalismo – rende in larga parte invisibile tanto l’azione dei carnefici quanto la sofferenza delle vittime. Il potere nichilistico della finanza e del capitale deve tagliare ogni testa pensante, sostituendola con il cretinismo economico delle teste calcolanti: la distruzione del liceo classico è una tappa fondamentale di questo criminale processo oggi in corso.

Antonio GramsciIl capitale non vuole vedere teste pensanti, esseri umani dotati di identità culturale e di spessore critico, consapevoli delle loro radici e della falsità del tempo presente: vuole vedere ovunque il medesimo, cioè atomi di consumo senza identità e senza cultura, in grado di parlare unicamente l’inglese dei mercati e della finanza.

alfabeti

agosto 26, 2015

el-blue-scorpio1  ernst-junger_fondo-magazine images (6) PacMan-300x240 Immagine.png22 tumblr_mvsy2s9NVZ1qcqkeso1_400

La distruzione del tempio

agosto 26, 2015

Tempio-di-Palmira

Matteo 24:1-51

Mentre Gesù, uscito dal tempio, se ne andava, gli si avvicinarono i suoi discepoli per fargli osservare le costruzioni del tempio. Gesù disse loro: «Vedete tutte queste cose? In verità vi dico, non resterà qui pietra su pietra che non venga diroccata».

Sedutosi poi sul monte degli Ulivi, i suoi discepoli gli si avvicinarono e, in disparte, gli dissero: «Dicci quando accadranno queste cose, e quale sarà il segno della tua venuta e della fine del mondo».

Bentornato Marx

agosto 28, 2014

materialisti  Il Marx che troverete nel mio libro “Bentornato Marx! Rinascita di un pensiero rivoluzionario” (Bompiani, 2009, http://www.filosofico.net/bentornatomarx.htm ) è integralmente incompatibile con tutte le tradizionali maniere di intendere Marx. Il mio Marx è filosofo, libertario, allievo di Fichte e di Hegel, non marxista ma idealista, pensatore non del collettivo ma delle singole individualità liberate dall’alienazione, e così via. Tutti i paradigmi inerzialmente accettati volano gambe all’aria. Quello che io propongo è, in definitiva, un “riorientamento gestaltico” di Marx: in ciò che finora abbiamo visto un papero, proviamo a vedere un coniglio! Nel 1845 Marx scrive le famose 11 Tesi su Feuerbach. Mi permetto qui di enunciare le mie undici tesi su Marx, che troverete sviluppate (e argomentate) nel libro. Proprio perché sono “tesi” rapide e non argomentate, chiedo al lettore di avere la pazienza di leggere il libro prima di “puntare il dito” e accusarmi.
1) Marx non fu affatto il fondatore del Marxismo, che fu invece fondato da Engels e da Kautsky nella forma di una dogmatizzazione catechistica del pensiero di Marx, pensatore della critica e, per ciò stesso, incompatibile con ogni dogmatizzazione. La Kritik marxiana venne trasformata (e dunque trasfigurata) da Engels e Kautsky in una Weltanschauung granitica. Il marxismo fu dunque, in verità, un “engelsismo”.
2) Marx prese le distanze dal marxismo, ossia dalla sistematizzazione dogmatica del suo pensiero cominciata quando egli era ancora in vita: “tutto quel che so è che io non sono marxista”, disse una volta. e criticò punto per punto il nuovo movimento marxista (“Critica del programma di Gotha”, che si chiude con l’espressione sintomatica: “dixi et salvavi animam meam”).
3) Marx non fu affatto un economista, ma un filosofo, allievo di Fichte e di Hegel: il movimento con cui Marx vuole uscire dalla filosofia per approdare alla scienza (a partire dall’Ideologia tedesca, del 1845-1846) rivela una profonda simmetria con il movimento teorico di Fichte e di Hegel, anch’essi teorici del superamento della filosofia nella scienza, intesa – quest’ultima – come scienza della totalità. “Ein Triumph der deutschen Wissenschaft” (“un trionfo della scienza tedesca”): così Marx qualificherà il proprio pensiero nel 1866. Il riferimento geografico alla Germania (“tedesca”) è tutto fuorché casuale: la scienza tedesca era quella di Hegel e di Fichte, la scienza della Totalità.
4) Marx fu un teorico delle individualità libere, non della collettività livellata. La costante preoccupazione di Marx è l’individuo e la sua liberazione dai meccanismi repressivi, schiavistici e alienanti della società capitalistica. Marx mira a realizzare le promesse inevase del liberalismo, prima tra tutte la realizzazione effettiva della libertà del singolo. La quale è possibile solo nella forma di un “libero sviluppo delle individualità” solidali tra loro e titolari di eguale libertà.
5) Marx fu pensatore della critica e non elaborò mai un sistema: il suo è un campo di teorie in fieri, in continua rielaborazione a seconda del momento storico. I titoli delle sue opere lo rivelano in modo inconfutabile: da “Per la critica della filosofia hegeliana del diritto” al “Capitale. Critica dell’economia politica”, passando per “La sacra famiglia. Critica della critica critica”.
6) Marx fu un filosofo della storia, che lesse il corso degli eventi come una lunga sequenza necessaria e destinata a sfociare nel comunismo come “regno della libertà” (e non dell’uguaglianza). Lo schema hegeliano dell’universalizzazione della libertà (dalla libertà di uno alla libertà di tutti) viene “futurizzato” da Marx, che apre la dialettica hegeliana al “non-ancora”: la libertà di tutti, da Hegel ottimisticamente intesa come già attuata nel presente, è da Marx rinviata al domani comunista. La filosofia della storia di Marx resta la più seducente promessa di felicità di cui la modernità sia stata capace.
7) Chi oggi dice che “Marx è morto” lo fa per metterlo a morte, perché sa quanto è ancora vivo e scomodo. “Marx è morto” – questa insopportabile litania – non è allora la presa d’atto di un decesso, ma l’esorcismo volto a mettere a morte un vivo, la cui capacità critica resta, ad oggi, fortissima. Nessuno si sogna di ricordarci ossessivamente che Platone, Hegel o Kant sono morti.
8) Non si può tornare a Marx, ma solo ripartire da lui: dalle sue teorie, dalle sue illuminazioni. Da Marx si dipartono molti sentieri che, a seconda di quello imboccato, permettono di addentrarsi nella selva o di perdersi in essa. Proprio perché Marx non ha coerentizzato alcun sistema (Engels) o alcuna religione di stato atea e monopolistica (Stalin), occorre ripartire dal suo “cantiere aperto” per sviluppare nuove teorie critiche in grado di denunciare le contraddizioni di cui è intessuto il nostro oggi.
9) Marx è il più grande critico della società capitalistica (che è ancora la nostra società): chi pretende di spiegare l’attualità usando le sole lenti interpretative marxiane, è certo votato alla miopia; ma chi rinuncia del tutto a indossare le lenti interpretative di Marx, è destinato alla totale cecità. La critica dell’oggi non può non ereditare il codice originario marxiano. Alienazione, feticismo delle merci, produzione fine a se stessa, svalorizzazione del mondo umano: sono tutte categorie che restano valide ancora oggi e che permettono di sottoporre a critica il paesaggio capitalistico odierno.
10) Marx ha svelato che la schiavitù nel mondo moderno è una schiavitù economica, non politica: gli operai, chi lavora nei call-centers, ecc, sono “schiavi del salario”, soggetti all’estorsione di “pluslavoro”. La nostra non è l’epoca della libertà – come ripete pomposamente la tradizione liberale, da Smith a Popper – ma è semmai una nuova fase della lunga “preistoria” dell’umanità, all’insegna della schiavitù: se ci si spinge sotto l’epidermide della realtà, si scopre che la libertà formale convive con l’asservimento materiale-economico di chi è costretto, proprio perché formalmente libero, a vendersi quotidianamente per potersi mantenere in vita come schiavo del capitale (dagli operai ai lavoratori dei call-centers, ecc.).
11) Marx non è responsabile delle tragedie compiute in nome di Marx, esattamente come Cristo per quelle compiute in nome di Cristo. Marx sta al comunismo novecentesco come Cristo sta alle crociate. O anche: Marx sta al marxismo come Cristo sta al cristianesimo; Engels sta al marxismo come Paolo di Tarso sta al cristianesimo.

post dello stesso autoreo

diego fusaro

Tossicodipendenza della Crescita

agosto 19, 2014

cropped-prometheussmall_wm-722809

La decrescita è uno slogan politico con implicazioni teoriche, una “parolabomba”, come dice Paul Ariès, che vuole far esplodere l’ipocrisia dei drogati del produttivismo.

 La parola d’ordine della decrescita ha soprattutto lo scopo di sottolineare con forza la necessità dell’abbandono dell’obiettivo della crescita illimitata, obiettivo il cui motore è essenzialmente la ricerca del profitto da parte dei detentori del capitale, con conseguenze disastrose per l’ambiente e dunque per l’umanità.

 A rigore, sul piano teorico si dovrebbe parlare di acrescita, come si parla di ateismo, più che di decrescita. In effetti si tratta proprio di abbandonare una fede o una religione, quella dell’economia, del progresso e dello sviluppo, di rigettare il culto irrazionale e quasi idolatra della crescita fine a se stessa.

 La nostra società ha legato il suo destino a un’organizzazione fondata sull’accumulazione illimitata. Questo sistema è condannato alla crescita. Non appena la crescita rallenta o si ferma è la crisi, il panico.

 Per permettere alla società dei consumi di continuare il suo carosello diabolico sono necessari tre ingredienti: la pubblicità, che crea il desiderio di consumare, il credito, che ne fornisce i mezzi, e l’obsolescenza accelerata e programmata dei prodotti, che ne rinnova la necessità.

 La pubblicità ci fa desiderare quello che non abbiamo e disprezzare quello che già abbiamo. Crea incessantemente l’insoddisfazione e la tensione del desiderio frustrato.

 Siamo diventati dei “tossicodipendenti” della crescita.

 Se la crescita producesse automaticamente il benessere, dovremmo vivere in un vero paradiso da tempi immemorabili. E invece è l’inferno che ci minaccia.

La nostra sovracrescita economica si scontra con i limiti della finitezza della biosfera. La capacità rigeneratrice della terra non riesce più a seguire la domanda: l’uomo trasforma le risorse in rifiuti più rapidamente di quanto la natura sia in grado di trasformare questi rifiuti in nuove risorse.

Serge Latouche

serge-latouche